Un nuovo modello energetico
Per anni l’energia è stata percepita come un servizio distante, generato in grandi centrali e distribuito lungo reti invisibili. Oggi quel modello lascia spazio a un nuovo paradigma: le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), realtà in cui cittadini, imprese e istituzioni collaborano per produrre e condividere energia pulita, generando benefici economici, ambientali e sociali per i territori.
Un’utopia concreta, come l’ha definita più di un osservatore, che in Italia sta assumendo dimensioni sempre più rilevanti grazie a un quadro normativo maturo e agli incentivi previsti.
Un cambiamento anche culturale
Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano non solo una svolta tecnica, ma un vero e proprio cambio di prospettiva culturale nel modo in cui produciamo e utilizziamo l’energia.
Alla base del modello c’è un sito di produzione da fonti rinnovabili – solare, eolico o idroelettrico – collegato a una rete di utenti che ne condividono l’energia in ambito locale. Può trattarsi di un unico impianto o di più installazioni integrate all’interno della stessa comunità, con la possibilità di accumulare o immettere in rete l’energia prodotta in eccesso.
In questo modo si supera il paradigma centralizzato dei grandi impianti e delle lunghe reti di distribuzione, sostituendolo con un modello diffuso, cooperativo e di prossimità.
Il sistema è aperto a una pluralità di soggetti: cittadini, associazioni, piccole e medie imprese, cooperative, enti pubblici possono aderire alla comunità e contribuire attivamente alla produzione di energia pulita, stabile nei costi e rispettosa dell’ambiente.
Ma il cambiamento più profondo riguarda la logica che lo guida: le CER non nascono per generare profitto, bensì per creare valore condiviso, restituendo al territorio benefici ambientali, economici e sociali.
Qual è il quadro normativo che regola le CER?
Il concetto di Comunità Energetiche Rinnovabili è stato introdotto ufficialmente con la Direttiva europea RED II sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili, approvata nel luglio 2021 e recepita nell’ordinamento italiano a dicembre dello stesso anno.
La normativa ha avuto un ruolo cruciale anche nel contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia, registrato nei mesi precedenti.
Tra le principali innovazioni introdotte dalla RED II vi sono:
- l’aumento del limite di potenza degli impianti ammessi, passato da 200 kW a 1 MW, favorendo così progetti di scala più ampia;
- la rimozione del vincolo della cabina secondaria, che limitava la creazione di CER a edifici fisicamente adiacenti. Oggi è sufficiente essere collegati alla stessa cabina primaria, ampliando notevolmente il potenziale di partecipazione;
- la possibilità di includere impianti rinnovabili già esistenti, e non solo di nuova installazione;
- la creazione, da parte del GSE – Gestore dei Servizi Energetici, di una mappa interattiva per individuare le aree e le cabine primarie idonee alla costituzione delle comunità.
La Direttiva RED II ha posto le basi per una maggiore flessibilità e inclusione del modello, trasformando le Comunità Energetiche Rinnovabili in un pilastro delle politiche europee per la decarbonizzazione.
Quali sono gli obiettivi dell’Italia per le Comunità Energetiche Rinnovabili?
L’obiettivo italiano prefissato entro giugno 2026 è quello di raggiungere una capacità rinnovabile installata di almeno 2.000 MW e una produzione di 2.500 GWh. Secondo il Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel nostro paese potrebbero nascere fino a 15.000 Comunità Energetiche Rinnovabili nei prossimi due anni.
Un traguardo ambizioso, sostenuto da un imponente pacchetto di misure: il Decreto MASE 414/2023, il PNRR (che destina 2,2 miliardi di euro in contributi a fondo perduto fino al 40 % per i comuni sotto i 50.000 abitanti) e le regole operative del GSE, che garantiscono tariffe incentivanti per l’energia condivisa all’interno delle comunità.
Valutare il numero attuale di CER non è però semplice. Spesso, infatti, si tende a confondere queste esperienze con i progetti di autoconsumo collettivo (AUC), come i condomini che condividono l’energia prodotta da un impianto fotovoltaico comune. In realtà, le CER rappresentano un modello più esteso e strutturato, orientato all’inclusione sociale e territoriale, che non vincola l’energia alla proprietà dell’impianto ma alla partecipazione alla comunità stessa.
Quante CER esistono in Italia?
Al 31 maggio 2025 si contano 421 comunità energetiche attive in Italia, per una potenza complessiva di 43 MW. Un risultato che testimonia la capacità del modello di generare valore economico e sociale diffuso.
Tra i casi più emblematici figurano la cooperativa Castello di Comacchio (Emilia-Romagna), che alimenta con il fotovoltaico 24 condomini e oltre 700 appartamenti; la storica E-Werk Prad di Prato allo Stelvio (Alto Adige), che grazie a centrali idroelettriche e cogeneratori garantisce ai propri utenti fino al 40% di risparmio in bolletta; e la comunità di Ussaramanna (Sardegna), nata nel 2021 come risposta alla povertà energetica, con due impianti fotovoltaici al servizio di 61 soci.
Un modello virtuoso sotto ogni profilo, che dimostra come la transizione energetica passi anche attraverso iniziative locali, partecipate e sostenibili, a condizione che continui a essere sostenuta da investimenti, normative solide e una visione politica di lungo periodo.
Quali regioni italiane corrono di più verso la transizione rinnovabile?
Nei primi nove mesi del 2025, la capacità rinnovabile in esercizio in Italia è cresciuta di 4.476 MW.
Anche in questa fase, il fotovoltaico guida la transizione con 4.078 MW di nuova potenza installata, seguito dall’eolico che aggiunge 367 MW. Un dato ancora più incoraggiante emerge dal confronto con gli obiettivi fissati dal Decreto “Aree Idonee”: la capacità installata a livello nazionale ha già superato il target previsto per il 2025, confermando la velocità con cui il sistema energetico italiano sta evolvendo verso una maggiore quota di energia pulita.
A trainare la crescita delle rinnovabili sono soprattutto le regioni del Centro-Nord:
- in testa alla classifica si colloca il Lazio, che ha superato il proprio obiettivo di oltre 1.100 MW, seguito da Lombardia (+536 MW), Piemonte (+347 MW), Veneto (+293 MW), Friuli Venezia Giulia (+263 MW) e Trentino-Alto Adige (+101 MW);
- anche Campania (+97 MW) ed Emilia-Romagna (+80 MW) hanno centrato e superato i target stabiliti;
- all’estremo opposto, Sicilia e Sardegna registrano gli scostamenti negativi più consistenti, rispettivamente -492 MW e -343 MW, seguite da Calabria, Puglia e Basilicata;
- in fondo alla lista si trovano le regioni con ritardi minori: Liguria (-44 MW) e Valle d’Aosta (-9 MW).
La fotografia restituisce un paese a due velocità, dove le regioni più dinamiche attraggono investimenti e sperimentano modelli di condivisione energetica, mentre altre scontano ancora limiti infrastrutturali e amministrativi.
Qual è il ruolo di NEST nello sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili?
In questo scenario, Fondazione NEST – progetto che nasce nel quadro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – si configura come un laboratorio di innovazione e trasferimento tecnologico al servizio della transizione energetica e digitale del paese.
In particolare, lo Spoke 8 di NEST è dedicato alla transizione energetica sostenibile e svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili, favorendo il dialogo tra ricerca scientifica, tecnologia e sviluppo territoriale.
Lo Spoke 8 opera su due fronti principali:
- ricerca applicata, volta a ottimizzare la produzione e la distribuzione dell’energia rinnovabile attraverso sistemi digitali e smart grid;
- supporto ai territori, con la promozione di modelli partecipativi e inclusivi capaci di valorizzare il capitale sociale e ambientale delle comunità.
Attraverso la collaborazione con università, enti locali e imprese, NEST contribuisce a tradurre l’innovazione scientifica in soluzioni concrete per l’autoconsumo collettivo, l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni.
Quali sono i benefici delle CER?
Le CER offrono vantaggi che vanno ben oltre la sfera economica.
- Benefici ambientali:
- riduzione delle emissioni di CO₂ e dell’impatto ambientale dei consumi;
- maggiore efficienza grazie alla produzione distribuita e alla riduzione delle perdite di rete;
- educazione alla sostenibilità e promozione di comportamenti energetici consapevoli.
- Benefici economici:
- riduzione della spesa energetica per i membri grazie all’autoproduzione e all’autoconsumo;
- valorizzazione dell’energia condivisa attraverso incentivi dedicati e contributi PNRR;
- redistribuzione equa dei profitti, destinati a scopi sociali o a nuovi investimenti locali.
- Benefici sociali:
- rafforzamento della coesione territoriale e della partecipazione civica;
- coinvolgimento di enti pubblici e privati in progetti comuni;
- contrasto alla povertà energetica e sostegno alle fasce vulnerabili.
Come possono le CER diventare il motore della democrazia energetica in Italia?
Le Comunità Energetiche Rinnovabili non sono solo un progetto tecnico, sono una nuova forma di cittadinanza energetica, in cui la produzione e la condivisione diventano strumenti di sviluppo sostenibile.
Grazie alla convergenza di politiche pubbliche, innovazione tecnologica e impegno locale, l’Italia ha oggi l’occasione di trasformare le proprie comunità in motori della transizione ecologica, capaci di generare valore diffuso e costruire un futuro energetico più equo, pulito e partecipato.